Crisi italiana: tentativo di capire Considerazioni post voto del 4 marzo 2018

Il risultato elettorale segna una svolta nella politica italiana, col prevalere di forze c.d. populiste che hanno raccolto consensi di protesta vs. il sistema, Europa compresa e segnato una crisi dei partiti più moderati intendendo tra questi da FI. al PD e passando dai frammenti di partitini di centro oramai inconsistenti.

Questi risultati sono, a mio avviso, il frutto di una criticità dell’Italia caratterizzata da un ritmo di sviluppo assai inferiore ai vicini EU e agli US, indice a mio avviso la presenza di problemi strutturali nostri specifici che si sommano alle tendenze globali emerse dopo la caduta del muro di Berlino e gli effetti della globalizzazione, peraltro non affrontata dalla ns. classe politica con la consapevolezza e la strategia necessaria e con la capacità di adeguate riforme, forse per la difficoltà di farle in presenza di un establishement che temo forte e invariato indipendentemente dalle alternanze dei governi da Berlusconi 1994 in poi.

Voglio tentare un’analisi critica da cittadino estraneo all’impegno politico[1] ma preoccupato del futuro del ns. Paese.

 

 

Il rancore degli italiani

Per molti il risultato elettorale è stata una sorpresa, forse perché è andato oltre le previsioni il successo dei Pentastellati e della Lega che ha anche superato Forza Italia. In realtà il Rapporto Annuale del CENSIS del 1/12/2017 lo faceva prevedere, sottolineando il rancore degli italiani e la sfiducia nei partiti[2].

Sappiamo tutti cosa avviene nel mondo. Impoverimento della classe media, allargamento della forbice ricchi/poveri, rapide trasformazioni tecnologiche, Industry 4.0 inclusa, delocalizzazioni industriali con pesanti ricadute sull’occupazione – legate anche al ri-disegno della logica di produzione e dei trasporti, l’emergere di nuovi Paesi, i BRICS ma non solo, evoluzione del commercio dalla bottega di quartiere alla grande distribuzione all’acquisto telematico[3], immigrazione, tagli più o meno gravi nel welfare. Tra le conseguenze abbiamo visto i fenomeni Brexit e Trump, i risultati elettorali in Austria, Germania per non parlare dei Paesi ex satelliti URSS nell’Europa dell’Est. Sono fenomeni che dovunque hanno creato disagio e costringono a non guardare ai dati statistici su occupazione e disoccupazione come in passato, perché costituiti da variazioni anche pesanti nel loro mix.

Si consideri solo quanto sta avvenendo in questi giorni con Embraco e Perugina dove delocalizzazione e/o ristrutturazione aziendale rischiano che siano messi in strada quasi 1.000 dipendenti.  Certo, speriamo negli sforzi di Calenda per Embraco se soprattutto verrà riconosciuta una scorrettezza del governo slovacco nell’utilizzo di fondi EU destinati allo sviluppo, il fatto è che il fenomeno de de-industrializzazione colpisce largamente persone che per età e/o per formazione non risultano facilmente riciclabili, sia causa le scarse opportunità di lavoro sia anche per lo scarso sforzo pubblico nel re-training, a differenza di quanto avviene p.es. in Germania e nei Paesi Scandinavi.

Malgrado la ripresa che ha invertito positivamente l’andamento dell’economia, non abbiamo ancora raggiunto il livello del PIL del 2007. La crisi 2008 – 2013 ha fatto cadere il PIL di un 10%. Secondo il Rapporto citato, il 78% degli italiani non ha fiducia nel governo. Oltre la metà della popolazione ingannata dalle fake news.

Tra i motivi alla base del crescente rancore hanno pesato, secondo il CENSIS, non in ordine d’importanza:

  1. L’impoverimento delle fasce sociali meno avvantaggiate e l’ampliamento delle stesse, fenomeno diffuso nel mondo occidentale ma più accentuato da noi, e l’allargamento della forbice ricchi/poveri con un indebolimento non solo del reddito della borghesia. La paura del declassamento delle due fasce più deboli e la minore possibilità di mobilità e ascesa sociale[4]
  2. La reazione al fenomeno immigrazione. Ben noto nelle analisi non demagogiche. Tra queste, l’impoverimento delle aree sub-sahariane specie quelle non affacciate all’Atlantico, le guerre, il traffico di esseri umani, le crisi e le guerre nel vicino oriente, la caduta di Gheddafi e la crisi libica. Il tutto accompagnato ad una mancanza di una politica comune europea, maggiori aperture della Svezia e della Rep. Fed. Tedesca (prevalente vs. i siriani) seguita dagli accordi con Erdogan e i muri elevati dai Paesi ex comunisti. L’Italia non solo si è trovata obiettivo principale dei flussi anche causa la sua posizione nel Mediterraneo e le politiche più restrittive di Malta e Spagna, la firma dei trattati di Dublino – peraltro fatta da Berlusconi -. Inoltre, la gestione dei flussi da parte dell’Italia è stata carente, un po’ causa i volumi degli stessi, ma anche per i ritardi nelle procedure discriminanti chi merita di essere accolto e chi no. Infine, l’incertezza per non dire di peggio circa la gestione di coloro che non sono accettati, forniti di foglio di via per un ritorno ai luoghi d’origine, spesso di fatto impossibile da attuare. Di qui lo sfruttamento umano, l’aumento dei reati – violenza fisica e vs. la proprietà – la decadenza soprattutto delle periferie, il fenomeno dell’accattonaggio diffuso e che colpisce negativamente il cittadino dando il senso di un’invasione. Il tutto con una parte della politica che minimizzava il fenomeno, anzi lo giudicava opportuno causa il calo della natalità. Il PD se ne è accorto tardi, con Minniti Ministro dell’Interno[5]. Inoltre, se a pensar male spesso s’indovina, i vari governi dopo il Trattato di Dublino hanno mostrato un po’ della classica italica furbizia: tanto, anche se arrivano, non vogliono restare qui ma andare in Francia, Germania, UK, ecc.; e infatti in gran parte espatriavano fino a quando gli altri non hanno chiuso i confini, quali Brennero, Ventimiglia, ecc.[6]
  3. I due fenomeni precedenti hanno impattato negativamente sulle fasce a reddito più basso e prevalentemente abitanti le periferie urbane, creando ostilità, intolleranza anche vs. l’immigrato regolare il quale avendo spesso famiglie più numerose aveva dei vantaggi nel sistema del welfare, tipo asilo infantile, casa popolare. Inoltre, il rimborso dato ai centri di accoglienza di oltre 30,00€ pro-capite al giorno veniva recepito come un qualcosa tolto all’italiano povero. Non per nulla ha colpito lo slogan di Salvini, Italiani first, imitando Trump!
  4. Conseguenza: l’84% degli italiani non ha fiducia nei partiti politici, il 78% nel Governo, il 76% nel Parlamento, il 70% nelle istituzioni locali, Regioni e Comun “L’onda di sfiducia che ha investito la politica e le istituzioni non perdona nessuno”. Il 60% è insoddisfatto di come funziona la democrazia nel nostro Paese, il 64% è convinto che la voce del cittadino non conti nulla, il 75% giudica negativamente la fornitura dei servizi pubblici. “Non sorprende che i gruppi sociali più destrutturati dalla crisi, dalla rivoluzione tecnologica e dai processi della globalizzazione siano anche i più sensibili alle sirene del populismo e del sovranismo” osserva il Censis. “L’astioso impoverimento del linguaggio rivela non solo il rigetto del ceto dirigente, ma anche la richiesta di attenzione da parte di soggetti che si sentono esclusi dalla dialettica socio-politica”.
  5. I reati denunziati sono diminuiti rispetto al 2008, sempre secondo il CENSIS. Non so bene quanto siano in effetti diminuiti o per una crescente sfiducia nella Giustizia che porta molti a non perdere più tempo nemmeno per denunziare[7].
  6. Il 52,1% degli italiani ritiene che la Pubblica Amministrazione abbia problemi importanti nel suo funzionamento e quindi ne giudica l’operato in maniera negativa. Un ulteriore 18% ritiene che il funzionamento sia addirittura pessimo. Il 24% dei cittadini ritiene accettabile l’operato della P.a, mentre si dichiara soddisfatta soltanto una quota residuale, pari a poco meno del 6% del totale. È pari al 44,6% la quota di coloro che affermano di non aver fatto ricorso ai servizi online offerti dalla Pa perché preferiscono il rapporto diretto con l’operatore allo sportello (i tradizionalisti). Molto simile anche la percentuale di chi viene di fatto escluso dalla possibilità di utilizzare i servizi online ed è quindi obbligato a rivolgersi ai servizi fisici (gli esclusi) (40,4%)[8].
  7. In dieci anni, dal 2007 al 2017, gli alunni disabili iscritti alle scuole dell’infanzia, alla primaria e alle medie sono aumentati del 26,8% (nel 2017-2018 sono 168.708, 3,3 ogni 100 alunni), alle superiori del 59,4% (65.950; i 2,5 ogni 100 alunni). La maggior concentrazione è al Sud (38,3% nel caso degli alunni più piccoli; 42,2% nel caso dei più grandi). Un’altra tipologia di alunni con bisogni speciali in forte aumento, si legge nel Rapporto, è quella degli studenti con disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa), che nel 2014-2015 nel ciclo dell’istruzione secondaria di II grado ammontavano a quasi 68.000 studenti, cresciuti del 180,9% rispetto al 2011-2012, pari a 2,5 alunni ogni 100. Stando ai dati del Miur, i posti per docenti di sostegno assegnati hanno raggiunto quota 138.849, uno ogni 1,7 alunni con disabilità (nel 2007-2008 il rapporto era di un docente di sostegno ogni due alunni con disabilità), segnando un incremento rispetto all’anno precedente pari a +11,5% e del +57% rispetto a dieci anni prima. Secondo una rilevazione del Censis svolta su 40 atenei, in tre anni sono aumentati del 13,3% anche i disabili iscritti all’università: 14.649 individui nel 2014-15, 10,2 studenti ogni mille. La maggior parte frequenta corsi di studio dell’area umanistica e della formazione (33,1%), seguita dall’area scientifica (29,3%) e da quella economico-giuridica (27,7%). Solo il 9,9% corsi dell’area medica[9].
  8. La classe operaia non parla più italiano. L’88,5% dei dipendenti stranieri (1.838.639 persone) fa l’operaio, mentre tra gli italiani la quota è del 41%. Solo il 9,9% dei lavoratori stranieri (206.409 occupati) lavora come impiegato, contro il 48% degli italiani.  La “segregazione professionale”, che costringe gli stranieri in profili prettamente esecutivi, osserva il Censis, emerge anche dal dato sui quadri stranieri, che sono appena 11.618 e rappresentano lo 0,6% del totale dei lavoratori. La percentuale scende ancora per i dirigenti: 9.556 contro i 391.585 italiani. I rapporti di lavoro avviati nel 2016 mostrano che su 1.881.918 nuove contrattualizzazioni, 520.508 (il 27,7%) riguardano i braccianti agricoli, assunti nella quasi totalità dei casi con contratti stagionali. Seguono l’assistenza alle persone (158.977), l’8,4% del totale) e i collaboratori domestici (123.659, il 6,6%). “Manca una visione strategica che, al di là dell’emergenza e della prima accoglienza, valuti nel medio-lungo periodo il tema della povertà dei livelli di formazione e di competenze del capitale umano che attraiamo” dice il rapporto. Solo l’11,8% degli immigrati che arrivano in Italia è laureato, contro una media europea del 28,5%. Nel 2016 il 25,7% delle famiglie straniere è in condizioni di povertà assoluta, quelle italiane sono il 4,4%. A Roma e Milano risiedono circa 990.000 stranieri, poco meno di un quinto del totale nazionale (il 19,7%). In 755 comuni (9,5% del totale), soprattutto periferici, la popolazione nell’ultimo quinquennio è cresciuta unicamente grazie agli immigrati, che hanno compensato la riduzione degli italiani. Ai cittadini extracomunitari appartiene lo 0,4% del totale del patrimonio a uso abitativo del Paese: è extracomunitario solo lo 0,7% dei 31.796.538 proprietari e circa il 20% dei possessori di casa si trova a Milano (41.608 proprietari). Ma la quota di stranieri che acquistano un immobile, conclude il Censis, è più alta nelle provincie più piccole.

Aggiungerei a quanto descritto dal CENSIS:

  1. L’impresa e il lavoratore autonomo sentono da tanto tempo, almeno dai primi anni ’90 o anche prima, un senso di disagio e difficoltà. Grandi imprese a parte, che hanno un loro approccio alla globalizzazione e quindi una visione e articolazione mondiale circa la localizzazione della produzione se non anche delle sedi fiscali, la PMI che negli anni ’80 era internazionalmente considerata un punto di forza dell’economia italiana è sovente diventata un punto di debolezza. Il fenomeno riguarda in particolare l’impresa con meno di 10 addetti – in EU definita la Very Small Enterprise, per diverse e note ragioni:
    • Un contesto sfavorevole dato principalmente da:
      • Peso fiscale e bisogno esagerato di consulenza in materia
      • Vincoli e incombenze amministrative
      • Costo del lavoro.
    • La dimensione inadeguata ad affrontare un mercato globale e quindi di esportare
    • Sempre anche causa la dimensione, scarsa capacità d’investire in R & S e quindi in prodotti e servizi ad alto valore aggiunto. Di conseguenza, specie dopo la caduta del muro, si è innescato un crescente fenomeno di delocalizzazione della sub-fornitura, quindi di chiusura di aziende locali e cambio di fornitori delle imprese committenti[10] .
  2. Le crisi bancarie. Non sono l’ultima causa del Non so valutare l’impatto negativo sulla società ma basti vedere in Veneto la reazione di tanti risparmiatori di Banca Pop. Vicenza e Veneto Banca. Persone indotte con l’inganno a sottoscrivere azioni delle banche, il cui valore si è azzerato. Non mi è chiaro perché vari governi, da Berlusconi, Prodi e Monti, abbiano sostenuto che non vi era un problema banche in Italia, quando in Germania venivano salvate le Sparkasse con denaro pubblico. Improvvisamente è calato il veto EU e – risorse statali a parte – l’Italia non ha potuto fare più nulla. Vi è gente che ha investito tutti i propri risparmi e la liquidazione. Ho visto in TV invalidi che hanno perso tutto il risarcimento ottenuto causa la stessa invalidità conseguenza d’incidenti stradali o sul lavoro; borghesi della provincia di Treviso che in passato hanno votato moderato, dalla DC al PRI o PSDI, dichiarare ora che hanno votato Cinque Stelle.

Lo stesso sistema bancocentrico che caratterizza gran parte del mondo delle ns. imprese troppo spesso sottocapitalizzate e con difficoltà ad ottenere credito dalle banche.

In sostanza, l’impresa italiana, e la piccola e media è in stragrande maggioranza, ha la sensazione forte e precisa di operare in un contesto sfavorevole se non ostile. È relativamente recente il caso apparso sui media della nota produttrice dei tortellini Rana che in provincia di VR ha impiegato oltre 3 anni per poter avere le autorizzazioni ad allargare lo stabilimento. Poi ha impiegato un solo mese per aprire uno stabilimento in USA.

  1. Anche la crisi della giustizia – che non preoccupa la politica – contribuisce all’appesantimento del contesto operativo, se un recupero normale di un credito richiede oltre 1 anno, mentre si è costretti a pagare l’IRPEF fino all’emissione del Decreto Ingiuntivo che grazie ai ritardi richiede alcuni mesi[11]; non parliamo della lunghezza di un fallimento. Vi è, e così per il privato cittadino, la sensazione reale di essere indifesi quanto alla proprietà, da furti, rapine e effrazioni relative. Non parliamo poi della giustizia amministrativa, i ricorsi al TAR, ecc., e i relativi costi legali e giudiziari, quasi mai prevedibili in Italia.

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  1. Non trascurabile è anche la protesta contro una classe politica/burocratica/istituzionale privilegiata, Stipendi e vitalizi di parlamentari e consiglieri regionali, gli stipendi dei dipendenti dei due rami del Parlamento, l’indecenza degli sprechi di una Regione Sicilia, i giudici della Corte Costituzionale che guadagnano il doppio dei colleghi della Corte Suprema USA, le vette stipendiali dei massimi livelli dei burocrati e dei magistrati, ecc., ecc.. Sono situazioni di obiettivo privilegio se confrontati con gli altri Paesi EU. Sommessamente aggiungerei anche il costo della Presidenza della Repubblica, maggiore di quello della monarchia britannica. Certo che tagli adeguati non inciderebbero molto sul bilancio pubblico, ma giustamente la gente fa una considerazione di decenza, di sensazione del magna magna detto alla veneta, di un distacco tra governanti e comunque classe dirigente e governati. Non a caso i C. Stelle hanno attirato consensi anche su questi temi[12].

È forse anche per questo che in Italia abbiamo solo un segmento di eccellenza costituito da un 20% d’imprese in genere medie, che costituiscono la forza del ns. export.

Questa situazione trova insensibile la politica. Forza Italia e Lega avevano fatto tante promesse nel 1994, mai mantenute nella loro esperienza di governo. La sinistra pare non aver mai sentito il problema[13].

Ad aggravare il rancore vi è una ragione assai incisiva: il quadro economico non confortante.

 

La ns. economia marcia più lentamente da anni rispetto ai vicini EU e agli US

Tutti i dati relativi alla ns. economia sono negativi se raffrontati ai ns. vicini EU, anche se fortunatamente oggi la curva congiunturale è in ripresa. Il ritmo di crescita è stato molto basso negli ultimi 20 anni:

 

Il PIL italiano è stagnante da oltre 20 anni e a mio avviso è sintomo di una crisi strutturale, indipendentemente dai cicli congiunturali.

Il grafico sottostante sembra evidente:

 

In particolare, la crisi 2008 – 2013 ha colpito l’Italia più negativamente. Il grafico seguente è tratto dai dati Eurostat ma la perdita italiana di un 8,8% mi sembra peccare per difetto perché leggo di un -10% in contributi di alcuni economisti:

Pur rimanendo il 2° Paese industriale in Europa, nello stesso periodo della doppia crisi 2008 – 2013 hanno chiuso il 25% delle ns. imprese con una quasi corrispondente perdita di capacità produttiva. Negli anni m’80 la PMI era una caratteristica italiana e un punto di forza del ns. sistema economico. La caduta del muro del 1999 e i cambiamenti dell’economia globale, hanno messo in crisi la ns. PMI, specie quella che in Europa viene definita la Very Small Enterprise, ossia quella con meno di 10 addetti, sovente non adatta all’export, poco capitalizzata, inadeguata per la ricerca sul prodotto e, se andava bene, più dedita alla ricerca e al miglioramento dei processi. Ovvio che la grande fetta dedita alla sub-fornitura abbia sofferto del fenomeno delocalizzazioni. Di qui la sensazione anche di un deserto, di un cimitero costituito da capannoni vuoti con grandi cartelli affittasi/vendesi, il più delle volte inutili, che caratterizzano larghe zone (es. da noi, basti percorrere la strada feltrina nel tratto Treviso – Montebelluna).

 

I tassi di disoccupazione sono i più alti in EU, Grecia e Spagna esclusi (Eurostat Gennaio 2018):

Limitatamente ai Paesi sopra osservati. Ecco il confronto tra il 2007 e il 2016:

Total unemployment rate – Eurostat
2007 2014 2015 2016
Germany        8,5        5,0        4,6        4,1
Spain        8,2     24,5     22,1      19,6
France        8,0     10,3     10,4      10,1
Italy        6,1     12,7     11,9      11,7
Sweden        6,1        7,9        7,4        6,9
U.K.        5,3        6,1        5,3        4,8

 

 

Notoriamente peggiori sono i dati sulla disoccupazione giovanile[14]:

 

Youth unemployment rate Youth unemployment ratio
2007 2014 2015 2016 2007 2014 2015 2016
Germany          11,8            7,7            7,2             7,0        6,1         3,9         3,5         3,5
Spain          18,1          53,2          48,3           44,4        8,7       19,0       16,8       14,7
France          19,5          24,2          24,7           24,6        7,2         8,7         9,0         9,0
Italy          20,4          42,7          40,3           37,8        6,3       11,6       10,6       10,0
Sweden          19,2          22,9          20,4           19,9      10,1       12,7       11,2       10,4
U.K.          14,3          17,0          14,6           13,0        8,8         9,8         8,6         7,6

 

Fenomeno pesante è la precarietà, anche se il dato Eurostat non comprende necessariamente solo questa ma in generale i rapporti a tempo determinato[15]:

Employees with a contract of limited duration (annual average) (Eurostat) – % of a number of employees
2007 2014 2015 2016
Germany     55,8     52,2     52,4      52,1
Spain     58,1     62,5     64,5      67,7
France     54,6     56,7      57,0
Italy     35,9     46,9     48,6      46,9
Sweden     55,7     54,8     54,2    528,0
U.K.     12,6     14,3     14,1      14,3

 

 

 

I dati della disoccupazione vanno tuttavia completati anche con quelli dell’occupazione, più alta negli altri Paesi EU esaminati[16].

Tassi di occupazione[17].

 

2007 2014 2015 2016
Germany 72,9 77,7 78,0 78,6
Spain 69,7 59,9 62,0 63,9
France 69,3 69,5 70,0
Italy 62,7 59,9 60,5 60,6
Sweden 80,1 80,0 80,5 81,2
U.K. 75,2 76,2 76,0 77,5

Total employment rate – age group 20 – 64 – Eurostat

 

E’ noto come I dati su occupazione/disoccupazione varino molto, specie in Italia, tra le diverse aree del Paese. Si è parlato molto anche della correlazione con la geografia dei risultati elettorali.

 

Il debito pubblico

Il cittadino medio non sempre ha le idee chiare sul debito e, a mio avvisi, è stato vittima della demagogia di troppi che assicurano larghi benefici anche con la soluziine taumaturgica di un aumento del deficit e quindi del debito.

In realtà:

  • Il debito pubblico è molto elevato
  • La scommessa sull’aumento futuro del PIL con maggiori investimenti in deficit è dubbia perché:
    • L’aumento del deficit è certo
    • Mentre incerto è l’effetto aumento del PIL
    • Se si invoca la teoria keynesiana del deficit spending, economisti illustri affermano che non è citata a proposito perché mai Keynes l’ha sostenuta in condizioni di esposizione debitoria come la ns.
    • Infine, ma non meno importante, molte disponibilità emerse a bilancio (privatizzazioni, calo interessi dopo il passaggio Lira/Euro, ecc.), non sono stati usati per i famosi investimenti, ma per aumentare la spesa corrente.

A fine 2017 il ns. debito pubblico ammontava a 2.256.1 miliardi di € pari al

L’aumento è continuo. Solo dal 2014 è salito di 119,1 miliardi

Il dato sul Rapporto Debito/PIL di confronto con altri Paesi che ho trovato è dell’OCSE e risale al 2013, ma è comunque evidente per l’Italia:

 

I dati storici sull’evoluzione del debito, oltre ad altri macroeconomici si possono vedere all’indirizzo seguente:

https://it.wikipedia.org/wiki/Dati_macroeconomici_italiani

 

Facendo un ragionamento di banale buon senso:

  1. Un debito comporta comunque un carico d’interessi da pagare. In 20 anni dal 1997 al 2017 abbiamo pagato 1.700 miliardi (Dato del Ministero dell’Economia). Noi abbiamo un saldo primario positivo, mentre sono gli interessi che causano il ns. Deficit.
  2. Oggi gli interessi sono bassi, causa la congiuntura economica, le politiche della BCE. La ripresa mondiale in corso sta provocandone un rialzo. Già si è visto un inizio con la Fed in US. Il QE (Quantitative Easing della BCE non durerà in eterno, specie dopo la scadenza della presidenza Draghi). Infine, la credibilità del Paese incide notevolmente.
  3. Quindi, non è facilmente sostenibile un aumento della spesa finanziata in deficit, come implicano varie proposte soprattutto di Lega e C. Stelle. I conti sono stati fatti, soprattutto da Cottarelli e Perotti. Tra i rischi vi sono:
    • La perdita di credibilità dell’Italia che, peraltro, ha firmato dei trattati internazionali vincolanti per la zona Euro. Inoltre, in caso di un declino della congiuntura, l’Italia può diventare bersaglio della speculazione internazionale e quindi vedere i tassi aumentare anche considerevolmente
    • Il rafforzamento della demagogia di chi sostiene che lo sviluppo si può fare sfondando il tetto del debito. Vedrei il rischio di un innesco di un circolo perverso: sfondamento dei tetti EU, tensioni crescenti con l’EU fino all’uscita dall’Euro minacciata da Salvini, inflaziuone galoppante tipo anni ‘70 che non avvantaggia il grosso delle imprese ma abbasserà il potere d’acquisto di chi è a reddito fisso, soprattutto, senza godere di un adeguamento al 188% al costo della vita.

 

Il grafico di Eurostat[18] fa vedere la dinamica del Rapporto Debito/Pil dal 1995 tra diversi Paesi:

La reazione inadeguata della politica

Lo scontento, accompagnato anche dalla crisi della c.d. Prima Repubblica e della partitocrazia che la caratterizzava – Mani Pulite, ecc.- era diffuso già agli inizi degli anni ’90. Il governo Amato ne è una conferma, anche causa alcuni provvedimenti improvvisi e sgraditi.

Berlusconi è apparso come la promessa del nuovo nel marzo 1994. Molti hanno creduto a un rinnovamento anche liberale e liberista. Meno leggi[19], più concorrenza, merito e mercato. Vi erano anche intellettuali come Alberoni, Galli della Loggia, Martino, Teodori, Urbani, Radicali compresi (Emma Bonino è diventata allora commissario EU, e così Monti), gran parte del mondo produttivo che sperava in uno snellimento della burocrazia e in un minor carico fiscale. L’esperienza dei governi Berlusconi non è stata in linea con le promesse, arrivando ad un momento di crisi dei conti pubblici – l’aumento dello spread –, l’avvento del governo Monti col tamponamento dei conti anche con la dolorosa riforma Fornero. Conosciamo il seguito.

Analisti autorevoli hanno affermato come l’abilità di Berlusconi è stata quella di dare l’illusione di un grande cambiamento ma che non è stato in grado, – dato e non concesso ne avesse avuto l’intenzione – di incidere profondamente con riforme strutturali, condizione necessaria al rilancio dell’economia.

L’illusione di rinnovamento data da Renzi è stata un po’ un’esperienza simile, creando consensi alla prima tornata elettorale, col PD al 40% alle europee, e delusione successiva. Interessante l’analisi dell’Istituto Bruno Leoni:

http://www.brunoleoni.it/death-of-the-dinosaurs

 

Politologi e sociologi hanno sufficientemente descritto la situazione odierna caratterizzata, tra l’altro:

  • Dalla crisi dei partiti tradizionali[20]. Per mezzo secolo la democrazia italiana ha funzionato come lo Stato dei partiti. Il consenso veniva in gran parte dalla spesa pubblica, dalla moltiplicazione dei rappresentanti eletti, parlamento, regioni, comuni e provincie, e nominati negli enti pubblici e servizi pubblici locali. Valevano i canali micronotabiliari, pur con delle varianti legate alle caratteristiche del territorio, la grande città come Milano e il Sud con fenomeni tipo Mastella ecc. Dal partito tradizionale che aveva una struttura che partiva dalle sezioni e per livelli successivi arrivava alla direzione, selezionando i quadri e i dirigenti, si è passati alla democrazia del LEADER[21]. Oggi conta la visibilità e la capacità mediatica/comunicazionale del leader, esposto tuttavia a due pericoli, l’attacco dei media e la magistratura. Questa evoluzione ha anche comportato l’accentuazione di una prevalenza di una oligarchia che sta intorno al leader che pure ha sempre contato ma ora prevale sul principio democratico della rappresentanza che parte dalla base.
  • Particolare è la crisi della sinistra, credo causa i cambiamenti sociali e una crisi di rappresentatività della base tradizionale. È fenomeno non certo solo italiano, se consideriamo i Democratici in USA, il Labour Party in UK[22], i socialisti francesi e tedeschi, solo per citare alcuni esempi. Si parla oggi di mutamento della base sociale del PD, più concentrata nei centri urbani più borghesi e intellettuali e progressivamente più debole fino quasi ad annullarsi progressivamente vs. le periferie e con quel che resta della classe operaia passata alla Lega e/o a Cinque Stelle.[23]

La mia impressione è che sì, in tempi di crisi, l’elettore se la prende facilmente con l’ultimo governo/maggioranza, ma che il Centro-Sinistra italiano abbia gestito con i paraocchi il rapporto comunicazionale col cittadino fino  a tutta la campagna elettorale. Nel quadro critico italiano, con il dramma della miseria che si p allargata, del disagio sociale, della decadenza e dei vuoti del welfare, tranquillamente si adagiava lanciando messaggi di soddisfazione: guardate gente come siamo stati bravi, abbiamo avuto successo data la ripresa congiunturale. Lo avevo scritto anche ad Emma Bonino quando ho deciso di appoggiare la sua lista: avrei votato ilo meno peggio, solo per appoggiare chi mi dava più garanzie di una buona gestione del bilancio, dei rapporti con l’Europa, ma avrei voluto vedere qualcuno delineare una strategia di uscita dalla crisi[24]. Avrei voluto anche una lista moderata insieme a Casini e Lorenzin, non sulla base del moderatismo oggi senza presa ma proprio che portasse avanti la citata strategia di sviluppo.

Vi è una soluzione per la crisi italiana?

In astratto, senza demagogia e senza preoccupazioni di consenso e avendo le maggioranze necessarie, o limitandomi – certo per assurdo – ad un approccio pragmatico se non aziendalistico: rendere l’Italia un Paese più attraente per chi investe, dall’interno e dall’esterno, creando un clima favorevole alle attività autonome e imprenditoriali.

Non distribuire benefici a 360° ma attivare il motore dell’economia per produrre più reddito. Aumentare la torta, solo dopo si potrà/dovrà re-inventare il welfare, per tanti versi carente.

 

Come?

Le riforme necessarie, secondo osservatori esterni come gli ex commissari alla revisione della spesa pubblica Cottarelli e Perotti, la Commissione EU, il Fondo Monetario Internazionale, OCSE e non solo:

  1. Struttura istituzionale: più snella, Parlamento più agile, monocameralismo o quasi. Sistema elettorale che tenda ad assicurare la governabilità e che non cambi in funzione della convenienza contingente[25]. Direi anche, una migliore selezione della classe politica, non prevalentemente per cooptazione, per il grado di fedeltà al leader[26].
  2. Poche leggi, ma chiare.
  3. Burocrazia: snella, con vertici meno potenti, non strapagati e cresciuti in base al merito. Francesco Giavazzi afferma come una delle cause, non la sola ma non secondaria della corruzione, piaga italiana secondo le classifiche internazionali, è costituita da un circolo perverso e vizioso costituito da:
    1. Governi e classe politica deboli
    2. Over-regulation
    3. Eccessivo potere della burocrazia e procedure lunghe, complesse e non immediatamente interpretabili dal cittadino e dall’impresa
  4. Una giustizia, sia civile che penale e amministrativa funzionante.
  5. Un sistema fiscale meno pesante per l’impresa[27] con anche un ridisegno della finanza regionale e locale: riterrei giusto che ad una delega di funzioni decentrata corrisponda una facoltà d’imposizione specifica, in modo da creare una corrispondenza tra qualità nell’amministrazione e nell’erogazione dei servizi e peso fiscale.
  6. Scuola e Università adeguate all’esigenza di un Paese moderno e a costi alti che deve investite molto in R & S. La scuola in particolare che prepari anche diplomati adatti agile esigenze di Industry 4.0, una Università non sacrificata e bloccata com’è oggi. Questo significa anche rivedere la politica per l’università, che ha sofferto di pesanti tagli che ne hanno ridotto gli organici, tagliato possibilità d’ingresso e di carriera di giovani bravi e meritevoli. Gli stipendi debbono essere allineati ai vicini europei. E’ inoltre necessaria una programmazione intelligente da parte del governo, non tagliare p.es. gli accessi a medicina e le relative specializzazioni con l’assurda e stupida incapacità di chi non ha visto il turnover dei medici che nei prossimi anni saranno sempre più insufficienti.

EVENTUALE LINK per un approfondimento

  1. Merito, Concorrenza e Mercato a 360°, a cominciare dai servizi pubblici locali, troppe volte strumento di acquisizione del consenso, di sistemazione di politici trombati e, quanto ai loro vertici, per sistemare amici e amici degli amici.

EVENTUALE LINK sui servizi pubblici locali

 

 

 

 

 

http://www.brunoleoni.it/contro-l-antipolitica

Un articolo di Carlo Stagnaro su Il Foglio del 12/03/2018 e riportato dall’IBL

 

 

 

 

In conclusione

Quantus tremor est futurus[28]

Temo molto per il futuro dell’Italia, dominata da due partiti che hanno trionfato con la demagogia e le promesse, una frangia di sinistra con i paraocchi, nostalgica del passato e sognante strumenti oramai inefficaci, un PD e partitini associati pesantemente battuti, sono convinto per miopia, per la mutazione della loro base sociale, l’incapacità di delineare una strategia di riforme radicali, profonde, capaci di incidere sulla società ma conditio sine qua non per rilanciare il Paese sulla base di un chiaro principio: più sviluppo, ampliare la torta. E’ un obiettivo che potrebbe essere persino trasversale per forze non populiste, salvo poi potersi dividere su come dividere la torta, più welfare o più privilegi a qualcuno, ecc., ecc.

Solo che oggi temo sia una strategia non perseguibile, proprio perché PD, moderati in genere fino a comprendere Forza Italia finora hanno rappresentato l’establishement, incapaci di inciderne i privilegi, senza capire che bisogna cambiare anche per conservare il conservabile come dal Gattopardo di Luchino Visconti.

Solo alcune DOMANDE:

  • Ci vuole un Napoleone o un Mussolini- che mi spiace citare da convinto antifascista – per sfrondare, semplificare, rendere chiaro il corpus legislativo?
  • Perché molti si sono cimentati nella riforma della P.A., Brunetta da una parte, Madia dall’altra, senza riuscire nei loro obiettivi?
  • Non è un sintomo patologico il fatto di avere in Italia 250.000 avvocati, 1 ogni 240 italiani contro una media di 1 ogni 1000/1200 dei Paesi della EU occidentale, avere a Roma più avvocati che nell’intera Francia; 50.000 cassazionisti contro i meno di 200 della Rep. Fed. Tedesca? E una casta di magistrati strapagati rispetto ai colleghi EU, carriera per anzianità, con un’incidenza abnorme sul bilancio della giustizia – V. Rapporti CEPEJ[29] – con insieme una schiera di magistrati precari, provvisori, pagati a cottimo, 20,00€ a udienza e credo 10,00 a sentenza, privi di contributi e con un ricavo mensile dai 900,00 ai 1.200,00€ che non hanno prospettive e appaiono vittime di uno Stato diventato caporale esattamente come avviene al Sud per chi raccoglie arance pomodori? Allora perché un ministro Orlando, dissidente nel PC di Renzi, uomo di sinistra, appoggia di fatto questa situazione e, sul problema precari, chiede un parere all’Associazione Nazionale Magistrati, non al CSM o a consiglieri personali, ma a un organismo sindacale che protegge proprio i privilegiati? E non si pensa alla ricaduta sull’utenza quando materie – piccoli reati furti compresi, condominio nel civile – sono riservati a questi precari i quali, con il regime di cottimo povero cui sono soggetti, come possono esaminare a fondo le situazioni. È così che ci si sente presi in giro dal sistema giustizia[30]! Unico piccolo sveltimento del processo civile: l’introduzione della telematica, ma nessuno ha mai toccato l’intera filosofia del sistema. Inoltre, non a caso, la struttura burocratica del Ministero della Giustizia è diretta e composta da magistrati di carriera.
  • Perché non si sono sfruttate le privatizzazioni se non per turare dei buchi di bilancio e non come strumento per creare concorrenza, mercato, migliore servizio ai cittadini[31]? Perché la politica, di ogni colore, usa le aziende partecipate come strumento di potere e non per offrire migliori servizi? Abbiamo sotto gli occhi l’estremo costituito dall’ATAC di Roma[32], ma più in generale, da un esame dei bilanci da me effettuato, in collaborazione con un team di Ca’ Foscari per una ricerca commissionata dalla Regione Veneta nel 1999 (ma la situazione non è sostanzialmente cambiata) risultava:
    • Un autista pubblico guidava 4 ore e ¼ al gg. su un arco di 6 e ¼ contro un privato 6 ore e ½ su un arco di >10, e con uno stipendio un 30%v più elevato
    • Di conseguenza, il costo dell’azienda pubblica è di fatto il 50% in più, almeno, rispetto a quello dell’azienda privata. DOMANDA: è meglio privilegiare una categoria forte, con sindacati potenti, oppure offrire migliori servizi al cittadino?

 

Mi piacerebbe che vi fosse un approfondimento più scientifico e meno di parte – e nel PD non solo per far fuori o meno Renzi, e così in Forza Italia che a mio avviso per il traguardo mancato da Berlusconi ha accettato un’alleanza contraddittoria per una vocazione popolare e non lepenista.

Sogno astratto, wishful thinking, utopia?

Non ho ambizioni politiche a 80 anni e dopo una vita nelle aziende. Ma mi piacerebbe vedere un approfondimento e un’autocritica su questi temi, anche da parte di leader autorevoli della politica già protagonisti della c.d. Seconda Repubblica. Nello scrivere queste note, non riuscivo a liberarmi dalla sensazione di essere fuori dal seminato, di essere piovuto da Marte. Invece, vedo un’autorevole conferma sostanziale delle mie tesi nel libro che ho letto solo ora, di Carlo Cottarelli: I Sette Peccati Capitali dell’Economia Italiana, Serie Bianca, Feltrinelli, già dirigente al FMI, commissario al taglio della spesa col governo Letta e adesso Direttore del nuovo Osservatorio Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica di Milano. Ho avuto recentemente anche il conforto da parte del Prof. Roberto Perotti della Bocconi di Milano.

Allora, temo, non sono un marziano, ma vi è qualcosa che non va nella politica italiana.

[1] Dirigente d’azienda industriale e consulente, 80 anni. Esperienze in Olivetti in Italia, Danimarca, Francia, Stati Uniti. Segretario Generale Fond. Angelo Rizzoli 1980 – 1982; titolare di un’aziendina propria nel settore informatico fino al 1992. Presidente di Advanced Communications Technologies a Parigi, associazione creata da France Télécom e che si occupava di sviluppo economico attraverso la deregulation TLC, dal 1994 al 1998 e comprendente tutti gli incumbent operators e molti new entrants.

[2] Rapporto Annuale sulla Situazione Sociale del Paese: http://www.censis.it/10?shadow_ricerca=121082

[3] Con sentore di crisi anche di aziende tipiche della grande distribuzione tipo MediaWorld e Trony, come si legge in questi giorni. Dall’altra parte, basti vedere lo sviluppo di Amazon!

[4] In questo fenomeno vanno inclusi anche i working poor, ossia coloro che pur lavorando non hanno una remunerazione sufficiente.

[5] Demagogico il vanto di Berlusconi che aveva risolto il problema con Maroni. Sappiamo come allora in Libia vi fosse Geddafi e i profughi fossero trattenuti in condizioni spesso inaccettabilmente inumano

[6] Di fronte ad un aumento progressivo degli sbarchi seguito alla scomparsa di Gheddafi e, la chiusura dei confini vi è stata un’emergenza accoglienza, con la ricerca di alloggi, spesso ex caserme, l’esternalizzazione della gestione a cooperative non sempre umanitarie ma addirittura alcune di stampo mafioso. Ora, marzo 2018 – si teme la ripresa dei flussi unita alla saturazione delle strutture d’accoglienza. Leggo su Il Gazzettino del 17/3 come il Prefetto di Venezia abbia organizzato il rinvio ai loro Paesi d’origine di circa 500 immigrati dediti a violenza, a traffico di droga ecc. in un largo tratto centrale di Mestre, dalla Stazione a via Piave, via Cappuccina, via Carducci ecc.; questo causa la reazione degli abitanti, l’inefficienza del sistema giustizia (chi veniva arrestato il più delle volte veniva rimesso in libertà il giorno dopo), forse la saturazione dei centri di accoglienza e, a pensar male, i risultati elettorali. DOMANDA: è verio che rispedire a casa i migranti non è facile perché sovente mancano gli accordi con i governi africani. Ma, perché ora i prefetti si muovono e sembrano riuscire nell’intento?

[7] L’accorciamento delle prescrizioni e il conseguente allungamento dei processi; una procedura che impone l’accertamento delle prove durante e non prima il processo dibattimentale, il mancato rinvio a giudizio nell’80% dei casi di un reato in cui s’incroci il civile col penale, l’intasamento delle carceri e l’affidamento ai domiciliari per i reati c.d. minori che tuttavia comprendono l’offesa alla proprietà privata – ladri in casa e violenze relative -, la denunzia che da noi quasi sempre serve solo ai fini assicurativi, se ovviamente si è coperti da una polizza, l’insufficiente monitoraggio del territorio specie delle periferie, hanno creato un senso diffuso di sfiducia, anche se dobbiamo riconoscere una eccellenza nelle forze dell’ordine quanto alla prevenzione del terrorismo e ai servizi d’intelligence.

[8][8][8] Un quadro chiaro sulla P.A. italiana è offerto da Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri: I Signori del Tempo Perso, LONGANESI 2017. Più specifico, relativo alla situazione di Roma ma significativo anche in termini più generali, Alfonso Sabella, Capitale Infetta, si può liberare Roma da mafia e corruzione?, Rizzoli febbraio 2016.

[9] Il Gazzettino del 12 marzo 2018 scrive che solo in Veneto vi sono oggi 55.000 ragazzi in crisi: In 10 anni in Veneto raddoppiato il numero di minori seguiti dai servizi pubblici (quanto e quanto bene?) per autismo, dislessia, anoressia, epilessia. Crepet commenta: i bambini sono come spugne, assorbono il disagio familiare.

[10] Ricordo bene già nel 1989 o 1990 un’azienda di scarpe, partecipata da Benetton, in Riviera del Brenta e che era stata dotata di un software per la contabilità che allora distribuivo, trasferita in Ungheria. Così la crisi delle aziende sub-fornitrici nel settore occhialeria nel bellunese, che già nel 1994 chiudevano o erano in sofferenza. Quindi, ben prima dell’introduzione dell’Euro!

[11] Più critico è il caso di un proprietario di un’abitazione civile affittata ad un inquilino che diventa moroso, magari non per sua colpa ma perché magari ha perso il lavoro. Se l’inquilino soprattutto è in situazione critica, con figli, moglie a carico, lo sfratto viene rinviato sine die. Certo, pietà, tutela, garantismo, ma a carico del privato che magari integra una pensione di fame. Le case popolari sono insufficienti. I gestori non hanno soldi per restaurarle e rimangono chiuse, spesso occupate abusivamente da altri emarginati. Così il welfare rimane a carico del cittadino. Così è scomparsa la locazione abitativa 4 + 4 che era tipica dell’investimento borghese, mentre oggi va quasi soltanto la locazione a breve o quella turistica. Non parliamo poi dell’impatto negativo nelle città turistiche come Venezia, Firenze, Roma soprattutto dove il cittadino normale si trasferisce fuori e i centri urbani diventano a monocultura turistica.

[12] Carlo Cottarelli ha ben illustrato il fenomeno: Il Macigno, Serie Bianca Feltrinelli, Marzo 2016 e, sempre di Cottarelli, La Lista della Spesa, la verità sulla spesa pubblica italiana e come si può tagliare, Serie Bianca Feltrinelli, maggio 2015. E così Roberto Perotti: Status Quo, Perché in Italia è così difficile cambiare le cose, Serie Bianca Feltrinelli, Settembre 2016.

[13] Probabilmente è anche per questo che una segmentazione delle previsioni del voto fatta da SWG prima del 4 marzo scorso ha attribuito al PD e alla sinistra in genere il voto dei garantiti, ossia dei dipendenti pubblici e parte dei privati più sicuri quanto alla non precarietà del lavoro, alla borghesia più intellettuale e più benestante, mentre l’imprenditore, il titolare di P.IVA in genere, il precario, il disoccupato erano orientati a destra o ai CinqueStelle.

[14] Nota Eurostat: High youth unemployment rates do reflect the difficulties faced by young people in finding jobs. However, this does not necessarily mean that the group of unemployed persons aged between 15 and 24 is large, as many young people are studying full-time and are therefore neither working nor looking for a job (so they are not part of the labour force which is used as the denominator for calculating the unemployment rate). For this reason, youth unemployment ratios are also calculated, according to a somewhat different concept: the unemployment ratio calculates the share of unemployed for the whole population. Table 1 shows that youth unemployment ratios in the EU are much lower than youth unemployment rates; they have however also risen since 2008 due to the effects of the crisis on the labour market.

[15] [tps00073] – Employees with a contract of limited duration (annual average) – % of total number of employees

Short Description: A job may be considered temporary if employer and employee agree that its end is determined by objective conditions such as a specific date, the completion of a task or the return of another employee who has been temporarily replaced (usually stated in a work contract of limited duration). Typical cases are: (a) persons with seasonal employment; (b) persons engaged by an agency or employment exchange and hired to a third party to perform a specific task (unless there is a written work contract of unlimited duration); (c) persons with specific training contracts.

 

[16] [t2020_10] – Employment rate by sex, age group 20-64 – %

Short Description: The employment rate is calculated by dividing the number of persons aged 20 to 64 in employment by the total population of the same age group. The indicator is based on the EU Labour Force Survey. The survey covers the entire population living in private households and excludes those in collective households such as boarding houses, halls of residence and hospitals. Employed population consists of those persons who during the reference week did any work for pay or profit for at least one hour, or were not working but had jobs from which they were temporarily absent.

 

[17] Ovvio per gli addetti ai lavori ma non per tutti: i dati sulla disoccupazione si riferiscono agli iscritti alle liste dxi collocamento, quindi non riflettono la realtà della disoccupazione perché non includono i frustrati, ossia coloro che hanno perso la speranza di trovare un lavoro e rinunziano ad iscriversi. Una conferma è il fenomeno di una congiuntura economica in ripresa e un con temporaneo aumento dei dati statistici sulla disoccupazione.

[18] Per SD primario s’intende la differenza tra Attivo e Passivo.

[19] Ricordiamo Calderoli e Tremonti in TV che promettevano meno leggi e più chiare, con alle spalle montagne di scartoffie e fascicoli da cestinare.

[20][20] La 1° Repubblica era imperniata sulla partitocrazia. Il partito, all’epoca della guerra fredda, era a volte una chiesa, PCI alleato al PSI in particolare in contrapposizione con i filo-occidentali DC e laici. Il partito selezionava e cresceva la classe dirigente che, co, proporzionale e le preferenze, assicurava candidati legati al territorio. Nello stesso tempo aveva un’idea diciamo elastica sul finanziamento. Succedeva che sì vi erano soldi provenienti rispettivamente da URSS e USA, ma il PCI si finanziava anche con tangenti sulle forniture agli enti che amministrava (magari attraverso la Lega dei Comuni o altra associazione), mentre nella DC si chiedevano a volte finanziamenti alla corrente. Finita la guerra fredda, specie con l’avvento di Craxi, il finanziamento/tangente al partito è esploso proprio anche perché era finito il flusso di denaro che veniva dalle 2 grandi potenze internazionali. Si scriveva, all’epoca di Mani Pulite, che un appalto pubblico del valore 100 arrivava a costare 140. La prassi era certamente scorretta, ma vi era una specie di moralità di fondo fino a quando la tangente andava al partito e non alla persona. Il passaggio alla 2° Repubblica ha segnato la fine dei partiti. Il sistema tangentizio è progressivamente esploso anche per il gioco e l’abuso della P.A..  Roma insegna. Il magistrato Sabella, nominato assessore alla legalità per il breve periodo del sindaco Marino. Scriveva come pur in presenza dell’obbligo di gara pubblica per alcuni appalti e forniture, l’amministrazione quasi di regola non aveva il tempo di predisporre la gara; quindi, di conseguenza, l’appalto veniva rinnovato.

[21] V.  Mauro Calise, politologo e editorialista de Il Mattino di Napoli, La Democrazia del Leader, Editori Laterza, 2016

[22] Ora su posizioni radicali tradizionali con Geremy Corbyn dopo il generoso ma vano tentativo di Tony Blair che significativamente, prima di riconquistate il potere dopo l’esperienza Thatcher o Tory aveva documentato le sue tesi con la pubblicazione dal titolo emblematico Re-Inventing the Left, Edited by David Miliband, Polity Press, 1994.

[23] V. tra l’altro Ilvo Diamanti e Marc Lazar, Popolocrazia, la metamorfosi delle nostre democrazia, Laterza 2018.

[24] Non ho avuto risposta, se non una richiesta di contributo ai Radicali. Posso capire i problemi della campagna elettorale!

[25] Ricordo Bruno Visentini, che è stato alla Costituente col Partito d’Azione, già impegnato nell’antifascismo e nella Resistenza con Giustizia e Libertà. Già quando veniva a Treviso negli anni ’70 soleva ripetere: noi costituenti avevamo una grande paura di una rinascita del fascismo o comunque di una dittatura. E’ così che abbiamo varato un sistema costituzionale con tanti pesi e contrappesi, tali da assicurare – col senno del poi – più la facilità di bloccare una decisione piuttosto che prenderla.

[26] La partitocrazia aveva tanti difetti, ma assicurava spesso una migliore selezione del politico il quale doveva confrontarsi e acquisire il consenso in collegi più vasti, per la Camera ad esempio Venezia-Treviso e sulla base delle preferenze che assicuravano la elezione di persone affermate localmente. Nessun sistema è perfetto. W. Churchill affermava che la democrazia è piena di carenze, ma è meglio della dittatura. Poi molto dipende dal contesto: Achille Lauro distribuiva metà moneta, dando l’altra metà a consenso acquisito. Oggi si è spesso perso il legame eletto/territorio. V. Zanetti candidato (non eletto) a Varese, Boschi in Sud-Tirolo, ecc.

[27] Sembra ovvio ma non in Italia: il peso fiscale su impresa e lavoro autonomo è elemento incidente sulla competitività del Paese, mentre quello sulle persone fisiche è quasi frutto di discrezionalità politica.

[28] Dal testo del Requiem di Mozart

[29] CEPEJ – Commission Européenne pour l’Efficacité de la Justice, di Bruxelles

[30] Il fatto di avere tanti magistrati precari, anche se non vogliamo porre in dubbio i criteri della loro selezione, abbassa il livello della giustizia. Alcune materie sono loro delegate, ad es. le liti condominiali o alcuni reati penali. Pagati poco e a cottimo, come possiamo pensare che sempre i fascicoli siano ben studiati? Uno può spendere cifre folli per, ad es., una ATP tra avvocato, periti e spese di giudizio. Poi il magistrato magari non capisce bene il ricorso e limita il quesito al CTU. Spesso quest’ultimo non è competente perché basta che sia iscritto ad un albo professionale e magari non ha mai fatto un restauro in un palazzo veneziano. Il magistrato applica la legge in maniera formale e nomina magari per Venezia storica un CTU di Chioggia. CTU, CTP. Avvocati sono convocati a Chioggia, perdendo tutti mezza giornata. Paga sempre Pantalone! L’80% delle denunzie di reati dove s’incroci il civile col penale non danno seguito a rinvio a giudizio. Una denunzia per furto al 99% non serve se non ai fini assicurativi, ecc. Non parliamo del diritto amministrativo con la congerie legislativa, la complicazione degli appalti pubblici, il vizio italiano di complicare le cose facendo una leggina in più senza guardare al problem solving (V. i ritardi negli interventi nelle zone terremotate del centro Italia) .Cito una battuta significativa dell’ex Segretario del Comune di Venezia D’Ancona: appena eletto in consiglio comunale gli chiesi se poteva farmi un quadro della normativa su un certo problema. No, mi rispose, mi dica dove deve vuole arrivare e le tiro fuori io la normativa che le serve. Un po’ di esagerazione certo, ma comunque non lontano dalla realtà.

[31] Tra le tante occasioni perse è stata anche quella della deregulation TLC del 1998. Si aveva solo fretta di privatizzare Telecom Italia. Paesi più avveduti come la Svezia o città come Barcellona hanno saputo sfruttare l’occasione proprio come opportunità di sviluppo. Ho scritto un articolo a gennaio 1998 su GLOBAL COMMUNICATIONS INT. Di Londra: Degulation of Telecommunications: The Role of Cities and Towns.

[32] Assenteismo record; assunzioni preelettorali di massa, mezzi stravecchi, quadri politicizzati. Una delle mosse azzeccate dei Cinque Stelle era stata quella di nominare Colomban – grande manager e creatore di Parmestelisa -assessore ai trasporti pubblici. Dopo poche settimane si è arreso, rinunziando all’incarico.

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